Due righe dedicate a chi si chiede perché gli editor editino e i critici critichino

I mestieri di “critica e cura”, tra i quali il mestiere di editor, sono (e dovrebbero essere) occupazioni egoperiferiche, che insegnano molto. Il modo migliore per imparare davvero è cercare d’insegnare.
Invece molti chiedono: “Perché invece di fare l’editor non scrivi?”, la stessa cosa si dice dei critici e degli insegnanti: “insegnano quando non sono in grado di fare”. Non è detto che un editor sia in grado di scrivere un romanzo di suo pugno, né un critico teatrale di recitare, né uno scrittore di fare l’editing a un collega, ma questo non toglie niente alla loro professionalità (quando ne hanno una). Troppa gente vuol fare questo e quell’altro! Come se il mestiere di “critico”, solo perché pochi lo sanno svolgere con grazia e intensità, fosse un rifugio di frustrati. Non è così. I frustrati si annidano dove c’è la luce del riflettore, semmai.
Ma ciò che mi preoccupa è l’attacco al concetto stesso di critica. Oggi sembra avere un’unica valenza: negativa. Se ciò che è raro è prezioso, allora chiedetevi come mai una critica a un amico riuscirete a strapparla solo chiedendola con insistenza, mentre un complimento, o il silenzio stampa, li trovate tanto a buon mercato.
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