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Ebook Lab Italia: target

Introduzione
Ebook Lab Italia: target
Ebook Lab Italia: relatori

Ebook Lab Italia: contenuti

Sono stata testimone di uno dei primi convegni sull’editoria digitale in Italia. È il primo a cui mi sia stato possibile intervenire, perché invitata come addetto stampa, quindi, viaggio escluso, a costo zero. Non credo sia inelegante parlare di costi, visto che sono una “lavoratrice della conoscenza” e sono a tutti noti i “benefit” che l’azienda Italia ha messo a disposizione della mia categoria. Il costo del pass, per un normale visitatore? 500 euro per tre giorni, 250 per uno. E questo a fronte di un numero considerevole di sponsor paganti (solo o in aggiunta ad altri fondi di cui non sono a conoscenza). Molte persone che conosco avrebbero voluto partecipare ma non hanno potuto per motivi economici. Le stesse persone che stanno sperimentando nel loro piccolo modi nuovi di fare editoria. Ecco: ho visto pochissimi giovani, una manciata entro i trentanni. Qual era il target che volevate coinvolgere?

Il prezzo. La mia sincera opinione è che si tratti di un prezzo regalato. Per un raffronto di prezzi su eventi di questo livello ti prego di dare un’occhiata al TOC di O’ Reilly e a Digital Book World. Poi torna qui e dai un’occhiata ai prezzi di Ebook Lab Italia: re-ga-la-ti.

La sponsorizzazione. Se l’evento vale questo prezzo, perché dovrebbe darti fastidio se poi siamo capaci di raccogliere altri soldi dagli sponsor, visto che ritengono spontaneamente utile per loro partecipare? Perché dovrebbe dar fastidio che dall’organizzare un evento così si possa trarre profitto? [Non ci trovo proprio nulla di male di per sé, se la ricerca del "beneficio" è sia per se stessi che per la collettività] È quello che spero accadrà il prossimo anno, alla seconda edizione: a questa prima edizione, infatti, il prezzo delle sponsorizzazioni era molto basso [da 20.000 a 2.000 euro], proprio perché uno sponsor non ha riferimenti, alla prima edizione, di quante e quali persone contatterà, se l’evento funzionerà davvero ecc. In definitiva, gli incassi da sponsor hanno finanziato gli investimenti in comunicazione, mentre i ricavi da partecipazione hanno quasi coperto tutti gli altri costi (la location, le attrezzature, e spero anch’io di non essere inelegante nel segnalare che nella cifra erano compresi anche cibi e bevande, e non fatti a tirar via). A questo aggiungi l’ospitalità per i relatori, alcuni provenienti anche dall’estero, per i giornalisti… e anche per te :) [Continuo ad avere un pensiero anche con la pancia piena;)]. Cosa faremo il prossimo anno? Cercheremo di coprire le perdite di quest’anno (meno di quelle che avevamo preventivato) e di cominciare a guadagnare un po’. Guadagnare non è lo scopo di Ebook Lab Italia (come non lo è di nessuna impresa, secondo me), ma è certamente un vincolo. Il profitto è per un’impresa quello che è l’aria per un essere umano: non si vive per respirare, ma se non si respira non si può vivere. Così per l’impresa: non si fa impresa per il profitto, ma senza profitto non si può fare impresa. In ogni caso non abbiamo avuto nessun altro fondo, se non quelli ricavati dalle sponsorizzazioni private e dalle iscrizioni. Vale per questa iniziativa, ma già che ci sono voglio dirtelo anche a futura memoria: nulla di tutto quello che ho fatto, faccio e farò ha mai incassato un solo centesimo di contributo dallo Stato o da qualsiasi altro ente pubblico. Ci tengo, perché non è un caso, ma una mia precisa scelta di vita. Altri facciano come credono, io per me credo che l’iniziativa imprenditoriale, anche quando è (come in questo caso) formativa, debba autofinanziarsi con capitali privati.
[Ma perché, c'è qualcosa di male se lo Stato (noi) sostiene iniziative culturali a beneficio dell'aggiornamento professionale di un settore trainante eppure in crisi (l'editoria) e della crescita del Paese tutto?]

Il target. Nessun target (By The Way, odio l’espressione target, ovvero “bersaglio”).

Il pubblico potenziale. Non ti credo. Chi sarebbero queste persone? Impiegati e dipendenti di aziende? Bene, non sono stati capaci di motivare le loro aziende a investire in formazione su questo evento: ci riprovino, per la seconda edizione hanno in più l’arma del successo della prima edizione. [Un mio amico responsabile di redazione di una casa editrice di Roma l'ha chiesto all'editore suo capo il quale gli ha riso in faccia dicendo che non hanno soldi!] Sono freelance? Ce l’hanno un computer? Sì? Vuol dire che l’hanno comprato perché senza di quello non potevano fare il loro mestiere. Ebook Lab Italia è la stessa cosa [Potrebbe esserlo. E in ogni caso non è un bene "non sostituibile", come il computer]: non puoi investire 500 euro in un “tool” di questo livello professionale? Vuol dire che non vuoi. [L'etica del sacrificio? Ma ancora non avete capito?] Non hai visto studenti? Io un po’ sì. Se fosse stato gratis potevano essere molti di più? Sicuro, ma non mi interessa: mi interessa che chi venga possa pretendere valore vero a fronte di un prezzo di partecipazione come quello (peraltro ridotto del 50% per gli studenti). Se non viene è perché non gli serve o non è motivato. O vuoi che ti faccia la solfa di quanto costa andare in discoteca tutte le settimane come fanno tutti i vecchi barbogi come me ecc…? ;)
[Saprai che ci sono moltissimi moltissimi moltissimi giovani che non hanno 500-250 euro da spendere, né per un computer né per un convegno né tantomeno per la discoteca tutte le settimane: semplicemente non hanno uno stipendio né genitori con uno stipendio decente e lottanto giorno dopo giorno per conquistare un piccolo spazio nel mercato, a forza di bravura (sebbene non basti), determinazione (coraggio) e testa bassa (eh sì, perché solo chi conosce le conventicole e le lusinga, trova facilmente lavoro oggi). Ho le prove e le posso fornire a chi non si vergognerà a chiedermele.]

Filed under: eventi editoria, xbook, ebook, ecc.,

25 Responses

  1. francesca scrive:

    Cara Francesca,
    se vuoi seguire un pochino l’evento segui #f451

    A presto
    Francesca

  2. editorintropico scrive:

    Che interessante Francesca, se potessi verrei subito! Tu collabori all’evento o ci andrai per semplice interesse personale? Se non hai alternative migliori, potresti pensare di pubblicare qui un tuo report dell’evento. Mi piacerebbe ospitare qualche altra voce.

  3. francesca scrive:

    Ciao Francesca, la piccola rete si allarga!
    ti invio il link ad un evento che si terrà a Bologna il 7 e l’8 di maggio…qualcosa si muove!!!! …piccoli passi, ma pur sempre passi;)
    se passi da Bologna ti aspetto!!
    ciao ciao

    http://www.labcrash.org/2011/04/fahrenheit-451-il-futuro-del-libro/

  4. editorintropico scrive:

    Be’, fr_bzzz e esseci, siamo in tre allora! Ma ci sono anche i lettori iscritti di questo blog e i collaboratori a un progetto che stiamo costruendo, proprio in questa direzione… Una rete piccola ma aperta!

  5. esseci scrive:

    Che bello una rete piccola! La condivisione nasce a partire da 2. A volte si pensa che se una cosa non è su vasta scala non ha potenzialità. Mah… Due cervelli buoni vanno già che è un piacere,
    s

  6. fr_bzzz scrive:

    @Francesca
    spero di poterti segnalare al più presto piccole
    grandiose innovazioni (e rispettivi innovatori!)

    a presto!
    tua nuova lettrice/possibile nodo in una possibile rete

  7. editorintropico scrive:

    Ciao fr_bzzz, grazie a te di avere voglia di condividere quello che pensi senza altro motivo che la speranza di far qualcosa di buono per migliorare la situazione. È importate, oh come è importante! Questo mi ha appena fatto venire un’idea, a cui ho deciso di dedicare un angolo del blog (vedi sidebar destra, il “segnala innovatori”).

  8. fr_bzzz scrive:

    @Francesca

    sono felice di aver letto il tuo articolo-critica, io, come molti altri, non ho partecipato a EbookLab e uno dei motivi fondamentali è stato il costo per me alto come il TOC, etc…vediamo un po’: sì, 1.000 euro di stipendio, metà nell’affitto, una parte nel finanziamento aperto per acquistare il computer, qualcosa per mangiare…insomma, non era proprio possibile. Però, nessun vittimismo, io dalla mia esperienza di partecipante non diretta all’EbookLab ho imparato che occorrono altre voci, che occorrono altri gruppi di discussione che possano essere aperti alle domande dei piccoli editori indipendenti, dei piccoli librai che ancora resistono in un mercato ormai saturato dai BIG, alle domande di tutti quei lavoratori dell’editoria che seppur sfruttati continuano ad amare il proprio lavoro…insomma sono convinta che si creerà una rete diversa, forse più piccola, forse non così piccola, che partirà dal basso, da chi vuole sapere e crede in una condivisione dei saperi, una rete che vorrà seguire, essere partecipe di questa rivoluzione digitale…anzi i nodi esistono già, bisogna solo collegarli…

    quindi a presto!!!

  9. [...] Ebook Lab Italia: target Ebook Lab Italia: relatori Ebook Lab Italia: [...]

  10. esseci scrive:

    “Altra possibilità, attori come quelli sopra descritti saranno liberi di sperimentare e guadagnare, per poi essere “comprati” dagli editori tradizionali che ne utilizzeranno il know-how dopo averli assorbiti.”

    Ecco, questo scenario mi sembra molto possibile. Solo per i grandi editori, ovviamente. Sperando che come al solito non puliscano il tavolo con la sola forza bruta dell’assegno a tanti zeri. Svilendo poi forma o contenuti come gli pare e piace.

  11. Luca A. scrive:

    @ esseci

    Infatti il rischio per l’editore tradizionale qual è? Quello di farsi soppiantare da un “nuovo” editore del tutto addentro all’inedito e inusitato modo di pensare binario.

    Chi potrà, vorrà, investirci nell’editoria digitale vincerà… nessun riferimento voluto a Daitarn III in questa frase ;-)

    Altra possibilità, attori come quelli sopra descritti saranno liberi di sperimentare e guadagnare, per poi essere “comprati” dagli editori tradizionali che ne utilizzeranno il know-how dopo averli assorbiti.

  12. esseci scrive:

    “gli editori non sono sperimentatori in un campo che non possono afferrare e comprendere subito come quello dell’editoria digitale”

    Scusate, ma io insisto: se questo è vero è solo perché gli editori si ostinano a restare confinati nei propri angusti recinti. Perché non assumono professionalità diverse? Perché non investono in progetti nuovi? Per me è inspiegabile. Parliamo sempre di prodotti editoriali. Non capisco perché nel settore editoriale non venga contemplato l’aggiornamento, l’adeguamento al mercato, meglio se con spirito creativo e propositivo.

    Ma allora chi dovrebbe investirsi del ruolo di sperimentatore? I service? i tecnici? senza committente? molto comodo per gli editori trovarsi la pappa fatta, sulla pelle degli altri.
    E poi fare gli splendidi e metterci il proprio marchio e di sicuro giirare per le fiere poi tronfi e con la coda alta.

    Io la vedo così.

  13. Luca A. scrive:

    @Francesca

    In antica Grecia la politica la facevano gli uomini liberi (e non tutta la popolazione), tutto qui, volevo solo sottolinearlo.

    Nel nostro tempo solo quando le “questioni politiche” ci bussano alla porta ci sentiamo come gli antichi per il resto essere schiavi va benissimo.

    “Mercato etico” per me è un ossimoro ma non ci vedo nulla di male, serve però, sì, un mercato più giusto.

    Riguardo alla questione in ballo invece quoto Gabriele: “Credo, insomma, che gli editori non siano, né per vocazione né per capacità, degli sperimentatori”.

    Aggiungerei io: gli editori non sono sperimentatori in un campo che non possono afferrare e comprendere subito come quello dell’editoria digitale.

  14. esseci scrive:

    Sì, Gabriele, è vero, per gli editori al momento il mercato digitale non esiste (numericamente, come business) e non è detto che esisterà mai. Anche se gli indizi di una inevitabile crescita ci sono, resta da capire quando avverrà, questo sì. Dato che questo momento appare ancora piuttosto lontano, tutti tergiversano. Ecco il punto. Ecco l’assenza.

    Questo mi stomaca. La passività, l’inerzia in un settore che non richiede agli editori semplicemente di partecipare, ma gli chiede di innovare. Questo è il mio parere.
    Gli editori si lamentano molto, in Italia, per tanti buoni motivi, nessuno lo nega. Ma io credo che si lamentino troppo. Che ci sia troppa superficialità e una sostanziale mancanza di vera imprenditorialità. Vedo scendere costantemente da anni il livello dei prodotti editoriali. Chiunque può trovare refusi ed errori di impaginazione pressoché dappertutto, dai piccoli con pochi mezzi ai grandi editori che invece dovrebbero averne a sufficienza per permettersi un lavoro veramente qualificato.

    Adesso col digitale continua questa pena. Libri convertiti in fretta e furia, senza sapere bene in quale formato, senza sapere dove si potrà leggere quel formato, se è un formato che ha un futuro o un breve, transitorio presente.

    Su portali di vendita che nascono come funghi, alcuni dotati di una grafica tremenda, con pochi titoli, senza un indirizzo preciso, senza sensibilizzare all’acquisto.
    Tutto improvvisato nella speranza che porti qualche frutto. Per poi vedere i rendiconti e rendersi conto che da dicembre a febbraio si sono vendute poche decine di ebook. Ma non si è detto che a Natale i device di lettura sono andati a ruba?

    A me piacerebbe che gli editori capissero che digitale non è solo un formato, un arido tecnicismo, nel quale vedono un business perché così non devono stampare su carta, perché così non hanno magazzino, perché così non pagano andata e ritorno dei volumi. E via dicendo.
    Ma per fare questo dovrebbero venirci a Ebook Lab, eccome. Ascolare con umiltà, cercando di capire quali sono le nuove professionalità che sarebbero necessarie in una casa editrice che voglia prendere parte a questa avventura. Che non credo siano solo redattori che sanno fare gli ePub con Indesign, per capirci…

    Altrimenti allora forse è così, dovranno nascere editori diversi, votati alle potenzialità del digitale, che nascano pensando prodotti che su carta non si possono fare, dimenticandosi anche il print on demand, per carità, che non ha mai funzionato.

    Però sull’affermazione che gli editori non siano ontologicamente degli sperimentatori non sono d’accordo. Io credo al contrario che dovrebbero esserlo. Sarò influenzato dalla mia naturale attitudine di pormi sempre in ogni ambito lavorativo in modo creativo, cercando di generare oltreché di portare avanti, e quindi sempre speranzoso di trovare orecchie disponibili;)

  15. editorintropico scrive:

    Ma Luca, che c’entrano gli schiavi? Non mi sembra d’aver detto che nell’antica Grecia regnava la giustizia, ma ho ironizzato sul fatto che l’interesse per le “questioni politiche” s’è da parecchio tempo perso… Ultimamente in modo particolare, non c’è bisogno di dirlo.

    Comunque: secondo me “mercato etico” non è un ossimoro.

  16. Gabriele scrive:

    esseci: non mi esprimo sulla qualità degli interventi, ritenendo che l’opinione che ti sei fatto tu, che eri presente, sia migliore di quella (che pure non è buona) che mi sono fatto seguendo spezzoni di streaming e tweet. Uno dei motivi per cui non sono andato (nonostante il mio datore di lavoro rientri, fortunatamente, tra quelli che si pongono il problema di osservare e possibilmente capire cosa accade al di là del proprio naso e sarebbe stato quindi disposto a spesarmi la trasferta) era proprio il timore che non si sentissero interventi “nuovi” rispetto a quanto si diceva anche un anno fa. Non è la prima critica che leggo ai relatori, e ciò mi fa sospettare che sia stato proprio questo il caso; posso concedere a Tombolini & Co. il beneficio del dubbio, essendo oggettivamente difficile “pesare” gli interventi all’interno di un evento alla prima edizione.

    La mancanza degli editori. Questo invece lo capisco, in un certo senso. Il mercato editoriale digitale italiano praticamente non esiste ancora, e gli operatori che forniscono contenuti, in questo momento, hanno fatto praticamente tutti una scelta: chi è entrato nel mercato ha firmato accordi mesi fa, chi non è entrato non l’ha fatto per una certa serie di ragioni, che non sono necessariamente e interamente da addebitare a crassa ignoranza o “miopia” (termine abusato, soprattutto in un momento e in un mercato in cui chi afferma di avere la vista lunga è troppo spesso un superficiale senza speranza). Discorso a parte sono gli editori nativamente digitali, ovvio. Ma voglio riferirmi con ciò agli editori “tradizionali” che hanno assunto una posizione nel digitale. Credo, insomma, che gli editori non siano, né per vocazione né per capacità, degli sperimentatori e che preferiscano (a torto? lo si potrà giudicare tra un anno, quando finirà l’hype e cominceremo a ragionare sulle cifre) che a muoversi siano altri soggetti (le piattaforme, che sono – ovviamente – molto attive).

    Quanto agli studenti… quello che dici è molto bello e molto giusto, ma mi lascia comunque perplesso. Come pure sono perplesso quando leggo di esortazioni affinché lo Stato sostenga iniziative culturali e, di concerto con le Università, stimoli progetti degli studenti in collaborazione con altri soggetti. Per quello che è lo stato attuale delle politiche culturali pubbliche, e per le logiche ridicole che governano l’amministrazione dei beni culturali, c’è a mio avviso da pregare notte e giorno affinché lo Stato si astenga dall’insudiciare anche questo settore con cricche, protetti e lotti assegnati a questo o quel partito.

  17. Luca A. scrive:

    @Francesca

    Ehm, la società antica che richiami tu, sebbene abbia “inventato” la politica, era basata sulla schiavitù (e non si faceva troppi problemi al riguardo).

    Riguardo al target di Ebook Lab non mi pronuncio, secondo me non lo sapevano nemmeno loro quale pubblico sarebbe intervenuto! :-)

  18. francesca scrive:

    Grazie delle vostre riflessioni, molto stimolanti.

    Datemi della ingenua o dite che sono “all’antica” (parlo dei tempi – nell’antica Grecia?;) – in cui “politico” non era una parolaccia), ma per me ogni scelta o gesto che facciamo in pubblico è “politico”. Non so cosa dire d’altro, temo siano due visioni inconciliabili.

    Tombolini non ha specificato quale “target” volevano coinvolgere (ha detto “nessun target”, lasciano la cosa in sospeso). Come pensa anche Esseci – che c’era – una definizione più precisa del target sarebbe stata preziosa, sia per la scelta del taglio da dare alle relazioni sia per la comunicazione dell’evento. Volete una piazza del mercato editoriale dove fare affari? una cattedra da dove impartire lezioni? uno spazio di crescita collettiva e “aperto” a tutti i contributi più all’avanguardia? Queste cose vanno decise e comunicate con moltissima cura.

    Già. Non l’avevo detto. Non c’erano editori, tranne una manciata di relatori/soci/amici (ne ho contati cinque).

    E poi, non coinvolgere quelli che definite “studenti”… i giovani, quelli che stanno per farv(/c)i saltare dalle sedie!!! Molto miope.

    La prossima volta si potrà far meglio, ma solo se si riuscirà a imparare dai propri errori, con un briciolo di umiltà e una visione meno ristretta del mercato.

  19. esseci scrive:

    @ Gabriele

    Tombolini ha fatto questa scelta netta?
    Allora andava fatto capire bene a tutti, compresi i suoi relatori, secondo me. Ho assistito a troppe relazioni piatte in cui si riferiva l’ovvio. Troppe, non tutte, ma se una scelta è netta lo deve essere dall’inizio alla fine.
    Non si respirava davvero l’aria di un evento dove si è lì per fare affari. Questa è la mia impressione. Svariati interventi sembrava esattamente che volessero “educare al digitale” “uno dei tanti impiegati della tua casa editrice, magari quello che non ha competenza per stringere accordi o prendere iniziative”.

    Altra osservazione inevitabile: mancavano gli editori. Sono stati invitati? O nemmeno gli editori sono ritenuti soggetti che hanno competenze per stringere accordi… etc.
    Eppure si è parlato tanto di editori… in assenza.

    Ritengo anche che gli studenti possano essere preziosi anche in un contesto del genere, non parlo di scolaresche portate al pascolo, ma di studenti precedentemente motivati, ai quali se possibile (come dico in un altro post in questo blog) sia stato chiesto di realizzare prima dell’evento un progetto ad hoc, in collaborazione con altri soggetti del mercato editoriale digitale. Sarebbe così brutto se magari saltasse fuori un brevetto originale che gli editori potessero contrattare direttamente in loco?

    La pigrizia e l’immobilità nei confronti del digitale è in Italia ancora altissima. Smuovere farebbe bene, anche chi oggi non può stipulare contratti, ma domani potrebbe vedersene offrire molti…

  20. Luca scrive:

    Ciao Francesca, riprendo anche qui il nostro dialogo iniziato su LinkedIn a proposito dei tuoi report da Rimini.

    Non credo – come ha spiegato bene anche Gabriele che mi ha preceduto nei commenti – sia necessario “politicizzare” ogni evento, anche quello più lontano (apparentemente mi dirai) dalla società civile come è l’editoria (che per me è impresa, non mettermi al muro subito!).

    Quando tu scrivi riguardo a Ebook Lab «se la ricerca del “beneficio” è sia per se stessi che per la collettività» sei su un altro piano rispetto agli organizzatori. L’evento di Rimini era certamente una “vetrina” per chi è intervenuto e per chi l’ha pensato e gestito. È stato utile a chi ha partecipato? Tanto meglio.

    La frase “non si fa impresa per il profitto, ma senza profitto non si può fare impresa” per me significa che gli imprenditori non fanno beneficenza ma intendono portare avanti le loro idee ricavandoci quantomeno da vivere.

    Credo che Tombolini abbia parlato chiaro: entra nel mercato (o partecipa a un convegno, si aggiorna, fonda una casa editrice “digitale” ecc.) chi ha le risorse per farlo e non c’è aiuto pubblico che tenga, a suo modo di vedere, per non assistere a una gara drogata :-)

  21. Gabriele scrive:

    Sono parzialmente d’accordo e parzialmente in disaccordo con quanto dice Tombolini, che conosco e stimo. Il prezzo dell’evento è stato evidentemente pensato in funzione del target: una conferenza fondamentalmente B2B non deve né può offrire alcunché d’interessante per degli studenti. Lo spessore degli interventi, sui quali non posso esprimermi non avendo partecipato ma seguito solo l’hashtag, non è il vero cuore di eventi del genere e la cosa dovrebbe essere abbastanza risaputa. Fa bene Tombolini a difendere la scelta di farlo pagare e farlo pagare relativamente poco (anche se non azzarderei paragoni impossibili con il TOC, ma naturalmente auguro a eBook Lab di avere un futuro altrettanto fortunato): un evento professionale (non “professionalizzante“) offre dei servizi e delle opportunità che vanno oltre il Wi-Fi e i comfort. Chi ha partecipato ha avuto l’occasione di confrontarsi, dialogare, discutere e fare affari (sono filtrati almeno un paio di interessanti annunci in tal senso); non vedo cosa c’entrino gli studenti. Né credo che eBook Lab fosse il tipo di evento cui spedire, spesato, uno dei tanti impiegati della tua casa editrice, magari quello che non ha competenza per stringere accordi o prendere iniziative o quello che devi “educare” al digitale. Per quello ci sono corsi di formazione e conferenze di tipo diverso. eBook Lab ha fatto una scelta di posizionamento più che rispettabile e soprattutto netta. Se sarà stata azzeccata lo vedremo il prosismo anno.

  22. francesca scrive:

    Esseci, non posso che essere d’accordo con te. Grazie di averlo detto: l’importante è dirsi le cose in faccia, per migliorare.

  23. esseci scrive:

    Io c’ero, venerdì e sabato. Autofinanziato, giorno di ferie, viaggio, permanenza e tutto.
    Quando ho provato a parlarne all’ “azienda” (la solita piccola impresa con più debiti che crediti, e non certo per colpa di chi sacrifica ogni sua giornata a lavorarci con dedizione (leggi: mediocrità imprenditoriale diffusa in ambito editoriale) il “capo” ha sgranato gli occhi, come fosse uno scherzo di cattivo gusto. Ma si può chiedere al tuo piccolo (e naturalmente miope) datore di lavoro l’equivalente di mezzo stipendio per tre giorni in trasferta a sentire della gente parlare? Cui vanno aggiunti tutti i costi collaterali… Dobbiamo pure adesso sentirci dire “cosa sono 500 euro”? Mah, su questi toni dell’organizzatore sono in disaccordo. Più prudenza su queste affermazioni avrebbe denotato maggiore buon gusto, oltre che senso della realtà attuale.

    Uso l’espressione “sentire della gente parlare” senza nessun intento denigratorio, però questo è stato Ebook Lab. Conferenze. Sì, certo, poi i relatori si fermavano per chi volesse parlarci, e questo è senz’altro un dato bello, quasi commovente pensando alle solite fiere dove tutti scappano via inafferrabili. Però parlare di evento professionalizzante mi sembra, almeno per ora, per come è concepito, un’esagerazione dettata dall’entusiasmo che di sicuro gli organizzatori ci hanno messo e che va loro riconosciuto.
    Nessun laboratorio operativo (a proposito, qualcuno ha capito che differenza passava tra le conferenze del piano di sopra e i Workshop? Io no…)
    Nessuna dispensa. Nemmeno un dispositivo (i famosi device) su cui provare qualcosa di digitale. Ok, c’era la connessione wireless, però lo si poteva dare per scontato e comunque chi è senza pennetta per navigare ormai? Questo dettaglio, così come il pingue buffet, non era fondamentale. Un buon panino e via, eravamo tutti lì per il cibo della mente.

    Dei giovani si sentiva la mancanza? Non lo so. Forse di qualche giovane imprenditore sì. O sono rimasti zitti, in incognito. In Italia parlano solo i canuti imprenditori della cultura per autocommiserarsi pieni di vanità. Senza ammettere a se stessi che tante volte sono rimasti piccoli perché coltivano la loro minuscola impresa come dei ducetti, inseguendo soltanto una vacua affermazione di sé, incapaci di delegare, incapaci di investire nelle qualità intellettuali, sempre pronti far scendere il valore del lavoro offrendolo sottopagato ai mediocri, o i disperati, che sempre ci sono. Senza preoccuparsi se sapranno portare un valore aggiunto all’impresa. Solo felici di avere tanti schiavetti ossequiosi cui dare ordini.

    Vorrei commentare su altri aspetti, ma per ora mi fermo, sento il bisogno di fare mente locale sugli eventi visti, rileggendoli anche alla luce delle voci emerse in questo blog.

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