Nella mia famiglia, come in tutta la comunità umana, si mescolano miseria e nobiltà, santi e disgraziati, follia e banalità. Forse, in una città di frontiera come Trieste, con una storia così travagliata, i contrasti squillano di più… La mia famiglia è una vera macedonia mista.
Quand’era bambino, i giocattoli di papà erano quelli del barone Revoltella (il famoso imprenditore triestino che aveva eseguito il taglio dell’Istmo di Suez), perché un parente di nonna era il suo amministratore. Poi, però, vedi come va la vita, tutte le sostanze si erano disperse sui tavoli da gioco e in truffe varie, ed erano rimasti solo… i giocattoli, in fondo la cosa più bella.
I genitori di nonna Anita, la nonna paterna, avevano una fabbrica a Capodistria che, durante la Prima Guerra Mondiale, venne trasferita in Ungheria. Persero tutto durante la rivoluzione, mia nonna mi raccontava spesso delle cariche dei Cosacchi, delle teste che rotolavano sulla strada, terribile. Trovarono rifugio in Svizzera, dove la nonna incontrò Marie Curie, o forse la conobbe in Francia, non ricordo, ma poi ritornò a Trieste con in valigia un pacchetto di barrette di radio, e collaborò col dottor Gortan, il medico che aprì, proprio a Trieste, uno dei primi Gabinetti Radiologici in Italia. Il povero dottor Gortan morì relativamente giovane, devastato dalle radiazioni. La nonna, invece, visse fino a novantasette anni, senza nessuna conseguenza. Che strano il fisico degli esseri umani, quante differenze!
Il nonno paterno era violinista, di fila, al Teatro Verdi. Non lo conobbi mai, morì prima che nascessi, come i nonni materni.
In famiglia abbiamo avuto anche un gerarca nazista, non scherzo, era il marito della sorella di nonna Anita. Abbiamo avuto anche dei parenti antifascisti, partigiani, giusto per equilibrare il conto. Il gerarca era un personaggio istrionico, arrivava sotto casa con la Mercedes argentata e il cane Dalmata, parlava sette lingue, aveva partecipato agli incontri Ribbentrop-Molotov per la spartizione della Polonia. Furbacchione, grande raccontatore di barzellette, si era fatto amico Molotov, così alla fine della guerra era ritornato dalla Russia amico di Stalin, e aveva portato suo figlio da Trieste a Roma, andando ad abitare nell’appartamento accanto a Togliatti. Sembra che negli ultimi anni della sua vita si facesse ospitare nei conventi travestito da frate, o magari lo era diventato proprio, frate.
Ma c’è anche un bisnonno fabbro e battiferro, socialista, che appare in una foto del Primo Maggio a Trieste, una foto storica, pubblicata nei libri in tutto il mondo. Sulla sua tomba i sindacati mettono ancora i fiori. E poi ci sono i parenti morti per alcolismo, tanti, troppi.
Vedi che miscellanea di famiglia! Io stesso ho avuto a lungo il cuore combattuto tra opposti sentimenti, finché, per fortuna, ho trovato, grazie alla poesia, quella comprensione e quell’unità che mi mancavano.
Un parente del nonno paterno, don Bartolomeo Mullon, era il padre spirituale di monsignor Santin, Vescovo di Trieste durante gli anni difficilissimi della guerra.
E un capitolo a parte spetta a mio papà, Mario. Quand’era ricoverato in ospedale, l’anno scorso, prima di morire, ricevetti una lettera, da un ricercatore di una università finlandese. Una lettera in cui si chiedeva di intervistarlo, in qualità di ex-ufficiale delle SS. Non ne sapevo niente. Chiamai subito il ricercatore, chiedendogli se papà avesse commesso dei crimini, perché la cosa strana è che alla fine della guerra era andato a lavorare in una fabbrica di proprietà di una famiglia ebraica, era benvoluto, e lui stesso mi aveva portato alcune volte nella Sinagoga di Trieste, presentandomi al Rabbino. No, mi disse il ricercatore, nessun crimine, forse aveva contribuito a salvare qualche vita, accadeva spesso.
Mia Mamma, Anna Luxa, era invece di origine contadina, e nomade rom. Che contrasto! La sua famiglia abitava a Prosecco, sull’altopiano del Carso, sopra il Castello di Miramare. Prosecco è il paese natale del vino Prosecco, poi il vitigno fu trasferito in Veneto a causa di un’epidemia di peronospera. Loro coltivavano la vite e, il nonno, appassionato di musica, suonava il violino. Faceva proprio il suonatore ambulante. L’altro nonno, il nonno paterno, violinista in teatro, lui invece per strada: ecco da chi ho preso la passione per la poesia ambulante! Come ho scritto prima, non ho fatto in tempo a conoscerlo, purtroppo. Però, ogni tanto, quand’ero bambino, andavamo nel suo paesello di origine, in Slovenia, sotto i monti, al confine con l’Austria, dove gli antenati si erano fermati, e ancora ricordo mio cugino Roman suonare il violino nella cucina del casolare, mentre suo padre, con i mustacchi e il cappello nero, lo accompagnava alla zìtara, una chitarra tenuta in orizzontale, che si suona con delle bacchette di metallo.
Quando morì mia mamma, mio papà andò a trovarli un’ultima volta. Il casolare non c’era più, sostituito da un moderno Hotel, una cabinovia sulla montagna, e Roman maestro di sci con la Porsche. Roba da matti!
Ecco descritta la mia macedonia familiare. Una famiglia schizofrenica, multietnica, piena di slanci, amore, odi, rancori. Una famiglia anche di perseguitati e persecutori, ahimé, che solo il perdono e il cuore della poesia, nella memoria, può aiutare a conciliare. Una delle poesie che ho scritto, a pensarci bene, tenta proprio questa difficile riconciliazione.
La terra cresce, ogni giro è un lenzuolo
in cui dormono mischiati
il boia e il sognatore.
Ma il destino è nelle mani
e ci sono mani dappertutto,
mani che sfilano il sole
raggio per raggio come un gomitolo,
mani che spostano il vento
mani che schiudono i semi
mani che sciolgono i nodi
mani come onde
mani sotto la corrente
mani che accarezzano ciò che vedi
mani che attraversano
il corpo
e toccano il cuore
E, la cosa pazzesca, è che spesso il boia e il sognatore sono la stessa persona, vedi com’è strana la vita…
[Vai all'intervista a Lorenzo Mullon]
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Grazie Lorenzo per la meraviglia che riesci a suscitare in me
Ho trovato per caso queste righe..e mi sono tornate utili per scoprire tante cose di quella parte di famiglia che abbiamo in comune. Avrei voluto anch’io conoscere nonno Mario, e invece non ho mai avuto questo onore, e dei suoi virtuosismi col violino purtroppo ne ho solo sentito parlare.
Zio Mario e zia Anna invece, erano due persone meravigliose, ricordo ancora quelle passeggiate nei boschi quand’ero piccola..Poco è stato il tempo trascorso con loro, ma è indelebile il segno che hanno saputo lasciare dentro di me. E la loro mancanza si fa sentire….
Ti mando un abbraccio caro Lorenzo, augurandomi che la tua vita stia procedendo a gonfie vele.
Un bacio. Sara