editor in tropico

Cercasi redattore con tariffario

Mi è stato chiesto un preventivo. Nel nostro campo non esiste un vero e proprio standard, come per l’Ordine dei Giornalisti. Alcuni tentativi per arrivare a un tariffario nazionale sono in corso, ma non siamo nelle condizioni di aspettare i tempi biblici delle associazioni di categoria e delle istituzioni, dobbiamo capire ora.

Ciò che è bello, in Italia, deve anche essere gratis. Certo, piuttosto che fare l’avvocato un editor lavorerebbe gratis, ma questo non è il punto. Non conta quello che farebbe, ma quello che effettivamente farà: difendere la propria professionalità, con realismo.

S’intende che chi si fa pagare di meno svilisce la propria professionalità e quella dei colleghi, che si vedranno fare una concorrenza spietata e controproducente: del gioco al ribasso risentono tutti, prima o poi.

Ecco un possibile tariffario, creato basandomi sulle tariffe di mercato… è work in progress: dite la vostra!

Tariffario redattori on e off line

Ogni tariffa è espressa come media. Le variabili da considerare per trovare il giusto compenso sono:

  • scrittura nella propria lingua madre o in altre lingue
  • capacità di spesa del cliente / quanto è disposto a pagare

  • continuità o meno della collaborazione con il cliente
  • condizioni amministrative o contrattuali della collaborazione
  • ça va sans dire, l’interesse che avete per tale collaborazione
  • la qualità del vostro lavoro

Creazione di nuovi contenuti (articoli, newsletter, ecc.)

€  50,00 / cartella

Revisione di testi forniti dal cliente: editing (revisione stilistica e sostanziale dei contenuti)

€  5,00 / cartella

Revisione di testi forniti dal cliente: correzione di bozze (refusi), normalizzazione, formattazione

€ 2,00 / cartella

Revisione di testi forniti dal cliente: revisione di traduzioni con testo originale

€ 7,00 / cartella

Traduzione

€  10,00 / cartella

Scheda di valutazione di un inedito (max 150 cartelle)

€ 50,00-200,00 (a seconda dei livelli di analisi richiesti: formale, struttura narrativa, valore letterario, spendibilità editoriale, ecc.)

Lettera/email per marketing diretto (lettera di presentazione, offerta di collaborazione, ecc)

€  50,00 / max 1000 battute

Sommario, didascalia, brave testo (non slogan pubblicitario)

€ 15,00/ max 500 battute

Slogan pubblicitario

€ 100,00-x,00

Ricerca iconografica di immagini Creative Commons

€ 5,00 / immagine

Sovrapprezzo per scrittura o revisione in una lingua diversa da quella madre

€ 2,00

Legenda

1 cartella = 1800 battute spazi inclusi (numero trovabile con strumento “word count” di Word)

Fonti

Oltre alla mia esperienza diretta e indiretta, la messa a punto del presente tariffario è stata possibile grazie a Isotype, Corretricebozze, Re.Re.Pre e OdG.

Filed under: lavoro editoria, ,

19 Responses

  1. [...] 2010 Francesca Santarelli, animatrice del blog Editor in Tropico, ha provato a stilarne uno (potete leggerlo qui e soprattutto potete leggere i commenti). Per chi fosse iscritto a Linkedin invece segnalo la [...]

  2. francesca santarelli scrive:

    Sottoscrivo pienamente: se non funziona come ha sempre funzionato significa – anche, e senza sottovalutare i diritti dei lavoratori – che bisogna rinnovarsi e rinnovare!

  3. Castoro scrive:

    Arrivo un po’ in ritardo, ma il tempo mi ha permesso di fare alcune riflessioni… Il settore editoriale non è mai stato un settore “ricco”. Oggi si è solo uniformato a quello che è il trend generale (anche gli altri porfessionisti non stanno meglio)… Un tariffario servirebbe? Servirebbe, ma in astratto. Nella realtà ognuno è libero di non accettare un lavoro perché pagato male, e non può certo impedire, tariffario alla mano, che un altro lo accetti. Cosa che accade puntualmente.
    Personalmente, non mi vergogno di ammettere di aver lavorato anche per meno, soprattutto agli inizi, e credo di non poter essere smentita se dico che le tariffe cambiano molto da città a città: nel centro-sud si paga, tendenzialmente, meno.
    L’editoria è morta? Non credo che sia morta, si è certo trasformata e, come in altri settori, di alcune mansioni non si sente più la necessità o, meglio, ci si aspetta che un editor sappia fare altro oltre l’editing, come impaginare, per esempio. Soprattutto nelle realtà editoriali piccole… Ma anche questa non è una novità.
    E’ altrettanto vero che meno si chiede e più facilmente si entra un circolo vizioso dal quale è difficile uscire, e che in generale con gli editori che pagano poco non si fanno mai buoni affari, ma alla fine la tariffa la stabilisce l’editore e non ne ho mai trovato uno che volesse pagare una lira di più di quanto aveva in mente. (Nei fatti sono pienamente d’accordo con Domte).
    C’è poi l’annoso problema degli improvvisati. Io non sono una sostenitrice degli albi, però in tutti i lavori le stellette si guadagnano sul campo, soltanto nell’editoria tutti si sentono in grado di fare tutto, l’amico dell’editore, lo stagista, il corsista fresco di illuminanti – secondo chi si arricchisce con la formazione – lezioni, workshop, seminari ecc. sul mestiere di editor, di traduttore… Lo vogliamo dire che c’è un gap profondo tra la domanda e l’offerta, che, almeno per quanto riguarda le figure tradizionale, non c’è abbastanza lavoro per tutti?
    Personalmente ho molti progetti, ma non credo che, a meno di avere un lavoro da dipendente (mal pagato pure quello, contratto collettivo di riferimento pessimo, ma almeno a reddito fisso), si possa vivere soltanto di collaborazioni editoriali. Ci vuole qualcosa di più. Un valore aggiunto. Reinventarsi e offrire di più. Quando ho capito come, ve lo racconto!;-)

  4. esseci scrive:

    Prezzo poetico è un’immagine bellissima. E come tutti gli ossimori, illuminante.

  5. esseci scrive:

    Allora distinguiamo per lingua. Inglese e Francese son pagati poco, le volte che son pagati. Se vai sulle lingue scandinave, per dire, allora sì sali ai 25 euro a cartella. Ma chiedete in giro, vedrete quanti ci metterebbero la firma sui 15/cartella. Spesso si offre perfino un forfait, dal quale, vi assicuro, è meglio non fare il conto a ritroso per vedere quanto esce a cartella.

  6. denisocka scrive:

    Attenzione a parlare di traduzione in modo così generalizzato. La traduzione tecnica è una cosa, quella editoriale/letteraria un’altra. Un abbozzo di tariffe indicative di quella editoriale è offerta da Biblit qui: http://www.biblit.it/inchiesta%20tariffe%202008-9.htm
    So di traduttori, poi, che attraverso le agenzie prendono 5-6 euro a cartella mentre l’agenzia ne intasca 13-15. E pur di vedere il nome sul frontespizio accettano.

    Per le tariffe del lavoro di redazione, invece, la mia opinione che sono proprio l’entrata in campo sempre di nuovi colleghi disposti ad accettare qualunque cifra e la tendenza degli editori al risparmio sulla qualità dei contenuti a portare a un ribasso costante. E perché i colleghi più giovani accettano? A volte per inesperienza/ignoranza sulle tariffe eque a volte perché convinti che quella gavetta li farà notare e farà aprire loro le porte per una posizione stabile… sì, stabile di precariato a vita! Squarciamo il velo dorato dell’editoria, aiutiamo i ragazzi di Rerepre.

  7. ciao, per le traduzioni di libri (non necessariamente romanzi), testi aziendali e contenuti di un certo livello anche per il web finora ho incontrato sempre tariffe di 0,08-0,09 euro a parola, che corrispondono a circa 25 euro a cartella di 1800 caratteri. Per traduzioni più semplici circa 20 euro. Parlo di cifre lorde IVA esclusa, naturalmente.
    C’è chi chiede meno e c’è chi offre meno, ma secondo me lì ci si colloca nei lavori low cost e a risultato almeno potenzialmente scadente…
    In linea generale forse il fatto è che tu stai ragionando su quanto il cliente in media è disposto a pagare, e io sto ragionando su quanti soldi servono per fare il lavoro bene. Purtroppo non sempre le due cifre coincidono, ahinoi! :-)

  8. francesca santarelli scrive:

    Per quanto ne so io 15 euro a cartella è il massimo che il mercato oggi è disposto a pagare per una traduzione. Se escludiamo la rosa di traduttori strapagati da Mondadori & Co. Se invece tu conosci tanti casi di traduzione meglio magata condividili per favore, ci sarebbe molto utile.

  9. L’idea di un tariffario è molto interessante, però davvero le tariffe che indichi mi sembrano troppo basse, ad esempio 15 euro per la traduzione di una cartella di 2000 caratteri mi pare da fame, e 3 euro come base per l’editing decisamente basso. Secondo me sarebbe bello se esistesse un tariffario minimo “obbligatorio” per evitare che il cliente sia portato a giocare al ribasso invece che basarsi sulla diversa qualità a parità di prezzo, però andrebbe fondato non su quanto in media viene chiesto dai clienti, ma su quanto sarebbe giusto chiedere in rapporto al tempo, al grado di difficoltà, al grado di esperienza richiesto: se per fare l’editing di tre pagine di testo ci metto mezza giornata, non posso farmele pagare 9 euro lordi e nemmeno 24…
    Nella pratica, forse istituire un tariffario con così tante variabili è impossibile. Ma tentar non nuoce.

  10. francesca santarelli scrive:

    L’editoria “di una volta”, è morta, certo. Allora rimbocchiamoci le maniche e facciamone una che ci piaccia! Non voglio fare l’ottimista, ma dico che si può lottare in tanti modi… ripartendo dal progetto. Non dell’Einaudi che cola a picco, ma dai nostri!

  11. Lavicla scrive:

    Ho lavorato x oltre 15 anni presso un service editoriale di notevole importanza. Poi la crisi, l’avvento dei redattori/correttori di bozze/ricercatori iconografici/imaginazione/grafico/stampa tutto in un’unica persona al massimo due ha messo la mia azienda in ginocchio e non competitiva con questo genere di “pseudo editoriali”.
    Le notre tariffe erano comprese nel range da te indicato salvo qualche piccola modifica per i “comuni mortali”, schizzavano alle stelle quando a scrivere erano “nomi altisonanti” ed erano pari a zero per gli studenti o i neo laureati che “devi ringraziare Dio se scrivi x noi”.
    E questa è una prassi che non cambierai mai, né tu né io nè nessun altro. Rassegniamoci… l’editoria è morta da un pezzo!

  12. Alessandro scrive:

    Cara Francesca,
    post interessante e molto discutibile. Mi è capitato spesso di ricevere la fatidica domanda “quanto chiedo per questo lavoro?” sul mio blog o anche via mail.
    L’imbarazzo mi ha sempre colto. Infatti è difficile dare una risposta precisa, i fattori in gioco sono moltissimi. L’idea di un tariffario secondo me non è malvagia, soprattutto per quanto riguarda i lavori redazionali e soprattutto per raggiungere una sorta di tariffario minimo, sotto il quale non scendere mai. Infatti il fascino che avvolge questo lavoro rischia di rendere ciechi e svendere il proprio lavoro. Anche perché non penso sia del tutto corretto quanto afferma Luisa Carrada (professionista affermata che seguo sempre con piacere, sia chiaro): “il valore del nostro lavoro è quanto il mercato è disposto a pagarci”. Ottima affermazione da economista classica, ma alla prova dei fatti… Esiste una tale sproporzione di forza tra il redattore free-lance e il committente che l’economia classica va a farsi benedire e il committente spesso “offre” remunerazioni così basse che nemmeno in Cina le accetterebbero.
    Detto questo penso che i fattori da valutare siano molteplici e forse in primo luogo sono soggettivi: mi devo fare un po’ di cv, accumulo micro-retribuzioni per raggiungere una massa critica, accetto micro-retribuzioni perché da quel lavoro può nascere altro con un editore che mi interessa…
    Dietro l’angolo sono presenti rischi non da poco: in primo luogo il dumping sociale che si crea tra redattori, un gioco in cui nessuno vince.
    Grazie per il post e per la discussione, comunque.

  13. francesca santarelli scrive:

    Grazie Simona. Il fatto che nel forum che menzioni ci sono tante domande, pochissime risposte, mi conferma il pensiero iniziale: non è facile dare un prezzo alle cose. Conosco un buon poeta che vende i suoi bei libricini artigianali per le calli veneziane in cambio di un prezzo “poetico”, come lo chiama. L’onere va al cliente… Che l’offerta libera sia il segreto? Anche per testare il cliente. Solo un cliente che è meglio perdere offrirebbe meno del giusto. Anzi, se vale, offrirà un poco di più.
    Che ne pensate?

  14. Intanto si dovrebbe distinguere da un lavoro come l’editing, che – chiunque sia l’editore – non può uscire da un certo intervallo (mi spiego meglio: a un grosso editore non posso chiedere 50 euro a cartella) e i lavori di copy che possono avere “respiro” locale o nazionale; un esempio che a me personalmente piace per impostare un listino è qui:
    http://forum.lavoricreativi.com/index.php?/topic/12685-il-mio-listino-prezzitariffario-personale/
    Se faccio lo slogan al mio tabaccaio dicendogli la prima cosa carina che mi viene in mente 25 euro sono giusti o anche troppi, se lo faccio a chi potrebbe fatturarci dei milioni la cosa cambia, sicuramente non sparo la prima idea e basta, ma si dovrà fare uno studio più accurato e che per il cliente avrà un valore completamente diverso.

    Capisco che possono esserci delle variabili, ma almeno la seconda la toglierei: se uno non ha i soldi per pagare un copy i testi se li fa da solo e non viene a piangere miseria da me che sono una normale professionista che paga le tasse… se vai da un professionista paghi, punto.
    Inoltre, per quanto riguarda “la qualità del vostro lavoro” mi pare un po’ equivoca: nel senso che se mi paghi di meno allora il mio lavoro è peggiore?

    Mi piace molto quello che ha scritto Dotme: “lavoriamo per approdare a quei committenti in grado di giudicare e apprezzare un lavoro fatto ad arte”. Credo che questo sia il modo in cui bisogna impostare una professionalità. Chi non apprezza si arrangi.

  15. francesca santarelli scrive:

    Grazie molte di condividere il vostro pensiero. È molto utile. Le vostre ultime riflessioni mi fan ripensare a quel vecchio consiglio di non accettare mai lavori non interessanti e mal pagati, perché si avvia un circolo vizioso da cui è difficile uscire… Cosa ne pensate? Io devo pagare le bollette, in attesa della “chiamata” e magari di veder finalmente realizzati certi progetti personali, che fare?

  16. Dotme scrive:

    Oggi la tendenza è invariabilmente al ribasso. Si gioca a chi chiede meno, nelle carte è il ciapanò. Tendenza ovviamente suicida, non solo perché impoverisce chi lavora, ma perché dequalifica il mestiere. Ma da dove origina? Dai committenti sempre più avari? Risposta facile, ma che rappresenta un dato di fatto. In tempi di crisi chi offre lavoro può permettersi di abbassare la proposta economica, tanto di disperati che pur di lavorare o farsi cv accettano poco-o-nulla ce n’è un pullulare. Il mercato si adegua facilmente a questo trend, e anche i “capi” più seri un po’ ci cascano e si approfittano per non essere da meno, nel grande gioco dell’imprenditore più furbo del mondo.
    E allora? Che fare? Occorrerebbe fare corpo, resistere, ma si può quando si è così in tanti, e dispersi?
    Il prezzario sopra immaginato non è basso, il mercato paga spesso sotto il valore minimo di quell’intervallo di prezzi.
    Allora, certo, meglio una richiesta a progetto. A monte però si paga anche la fiducia nella qualità del lavoro, che è la vera discriminante. Ma all’inizio della carriera è difficile riscuotere già la fiducia necessaria… La gavetta ha sempre un prezzo, e quello lo si può pagare senza lamentarsi troppo.
    Ma mi sembra di far girare parole vuote, perché vedo sempre più “committenti” editoriali ai quali non interessa (se non in teoria e a voler far belle parole ma non nei fatti, assolutamente) la qualità del lavoro. E quindi?
    Nella sovraproduzione editoriale odierna (in gran parte costituita da opere letterarie di nessun valore finanziate dagli autori), forse la qualità davvero non conta. Lo dice la scelta di offrire un simile prodotto editoriale, il cui unico fine dichiarato è lucrare sulle ambizioni letterarie dei tanti scrittori della domenica.
    Riflessione a margine: se il tariffario lievitasse, sarebbe lecito che un editor quasi incapace chiedesse lo stesso compenso di uno assai bravo? Sì, perché questo vale anche per gli idraulici che non aggiustano bene i tubi. E poiché le pagine non perdono acqua, allora lavoriamo per approdare a quei committenti in grado di giudicare e apprezzare un lavoro fatto ad arte. Capovolgiamo il gioco di potere, e scegliamo la serietà, lasciando lavoratori mediocri a datori di lavoro mediocri.
    Finale da favola, perché di concreti per le mani non ne ho. Resto in ascolto, perché il dibattito è quanto mai interessante.

  17. Cecilia scrive:

    Anche se sicuramente ci vorrà parecchio tempo prima che il mercato si adegui, l’idea di un tariffario (anche indicativo) mi sembra più che sensata. Altrimenti i prezzi continueranno per sempre a vagare impazziti dall’esorbitante al miserrimo.
    Per quanto riguarda la traduzione, forse si potrebbe fare una distinzione tra tecnica e letteraria. Ma (rullo di tamburi) è più difficile tradurre una pagina di Conrad o la formula di una crema dimagrante (e sì, una volta mi sono capitate entrambe nella stessa settimana…)?

  18. francesca santarelli scrive:

    Grazie dell’interessante intervento. In effetti ci sono talmente tante variabili da considerare che appare se non controproducente almeno ingenuo stabilire a priori dei costi. Ma l’ho fatto pensando a tre cose: 1) la maggior parte dei redattori in erba non ha idea di cosa chiedere, quindi non chiede niente (e ottiene ancora meno); 2) quando vedo una vetrina senza prezzi mi tengo alla larga, perché so che saranno carissimi (o al contrario bassissimi, come a Porta Portese, nel qual caso mi ci fiondo!)… in conclusione chi non dichiara i costi passa o per “molto sfruttabile” o per “molto caro”. Chi ha la soluzione? E come si fa a stabilire i compensi (anche fosse caso per caso)?

  19. Luisa Carrada scrive:

    Francesca,

    queste tariffe mi sembrano veramente… bassine.
    Mi colpisce lo slogan pubblicitario: 50 euro al massimo per uno slogan efficace? È vero che si tratta di un testo breve, ma è anche un testo cruciale, che richiede tempo e anche ricerca.
    Non buttiamoci così giù!

    E poi, attività come la scrittura di payoff e testi originali sono davvero inquadrabili in un tariffario? Io penso francamente di no. Tra testo e testo ci può essere un abisso di qualità ed efficacia. Uno può valere 20 euro, un altro 5.000.
    Lo so che il tariffario è rassicurante, ma può essere anche una bella trappola da cui è poi difficile uscire.
    Molto meglio, e molto più formativo – soprattutto per chi comincia – misurarsi col mercato e sul mercato misurare il proprio valore. All’inizio si prova, si rischia e ovviamente si fanno anche un sacco di errori di valutazione, ma è così che si impara e man mano ci si sente più sicuri.
    Il valore del nostro lavoro è quanto il mercato è disposto a pagarci. Stop.

    Infine, trovo che la quantità e la cartella siano criteri che per il lavoro di scrittura non funzionano. Molto meglio la valutazione a progetto.

    Luisa

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